In un contesto internazionale sempre più instabile, è oramai banale affermare che l’Unione Europea si trova davanti a una scelta che non può più rimandare: restare spettatrice degli equilibri globali o diventare un attore geopolitico capace di incidere davvero. Dalla guerra in Ucraina alle guerre nel Medio Oriente, passando per il rapporto con gli Stati Uniti e le nuove dinamiche nell’Artico, il sistema internazionale è cambiato rapidamente.
Le posizioni isolazioniste dell’amministrazione Trump – che strizzano l’occhio alle moderne autocrazie e rinforzano l’asse della c.d. “internazionale sovranista” – continuano ad essere confermate dalle notizie di cronaca; questo tema si intreccia inevitabilmente con la guerra in Ucraina, che rappresenta il principale banco di prova per la credibilità europea, soprattutto in virtù della costante riduzione dell’appoggio statunitense. Si uniscono a tali cambiamenti nuovi segnali positivi dall’interno dell’Unione, dove i giovani ungheresi hanno espresso nelle piazze e nelle urne la richiesta di un maggiore ancoraggio ai valori europei.
Per contro, si deve dare atto che, dopo otto elezioni anticipate nel giro di cinque anni, le recentissime elezioni in Bulgaria hanno visto trionfare Rumen Radev, già presidente della Repubblica, che non ha mai nascosto la volontà di intraprendere politiche di apertura nei confronti della Russia soprattutto in virtù delle necessità energetiche del Paese. Questa scelta appare in controtendenza rispetto all’esito delle elezioni e ai fenomeni di piazza avvenuti in Ungheria; tuttavia si dovrà attendere l’avvio della piena operatività del nuovo governo per capire se l’UE avrà un nuovo nemico interno. Si evidenzia però che l’opinione pubblica bulgara appare ancora ampiamente pro-Ue visto anche gli ingenti fondi europei di cui lo stato balcanico beneficia;pertanto il nuovo esecutivo bulgaro non dovrebbe rappresentare un ostacolo alle politiche europee tale da paragonarlo a Orban.
Come terza economia dell’Eurozona e paese fondatore dell’Unione, l’Italia dovrebbe assumere un ruolo tutt’altro che marginale e dovrebbe contribuire a orientare le scelte europee, soprattutto in ambiti chiave come la politica estera e la difesa; tuttavia, ciò richiede una visione chiara e una volontà politica coerente, capace di superare logiche di breve periodo.
Il lento riposizionamento italiano: tra opinione pubblica, elezioni e scenari globali
In virtù delle continue criticità, emerge sempre più la necessità che il nostro Paese non oscilli tra sostegno all’UE e supporto politico diretto e indiretto all’attuale amministrazione americana. Negli ultimi mesi, tuttavia, si intravedono segnali di un lento ma significativo riposizionamento italiano, che sembra progressivamente prendere le distanze da alcune delle precedenti convergenze con Donald Trump e con l’asse sovranista internazionale.
Questo mutamento è influenzato da dinamiche simboliche e politiche rilevanti, come il recente scontro tra il Presidente americano e Papa Leone, che ha politicamente messo alle strette il Governo Meloni, e contribuito a riaccendere un dibattito interno sui valori democratici e, finalmente, anche sui limiti alle esternazioni di certi leader politici. In questo contesto, il Governo sembra avvertire con maggiore urgenza la necessità di riallinearsi a una prospettiva maggiormente europeista, seppur non federale.Tuttavia, tale cambio di rotta appare forzato da un’opinione pubblica sempre più ostile all’amministrazione americana e dall’avvicendarsi delle elezioni politiche 2027, oltre che per non restare isolati in un’Unione che cerca nuove forme di coesione politica, tra le quali emergono un forte riavvicinamento alla Gran Bretagna, una più stretta collaborazione tra i grandi stati membri -tutti caratterizzati da governi europeisti seppur di colore diverso – e la ricerca di uno smarcamento dalle posizioni assunte dall’altro lato dell’Oceano Atlantico.
Il valore paradigmatico della vicenda ungherese
A rafforzare questo quadro contribuisce quanto avvenuto in Ungheria, dove la sconfitta del precursore dell’ideologia sovranista e della democrazia illiberale Viktor Orbán, rappresenta un passaggio politico di grande rilievo. Orbán, sostenuto apertamente durante la campagna elettorale da esponenti del centrodestra italiano come Giorgia Meloni e Matteo Salvini, è stato sconfitto in primis grazie alla mobilitazione di un ampio e trasversale movimento di giovani che non volevano che il loro Paese si allontanasse sempre più dall’Unione, sia come istituzione in sé che per gli standard di stato di diritto che essa garantisce. Questo movimento ha convogliato i propri consensi a sostegno del partito Tisza e del suo leader Peter Magyar, che ha incassato il sostegno indiretto da partiti magiari con posizioni assimilabili a centrodestra, centrosinistra e partiti liberali, tutti uniti dalla volontà comune di porre fine a un sistema sempre più illiberale, anti-europeo e vicino a Putin e Trump.
La partecipazione popolare ha avuto un ruolo decisivo; non solo ha rappresentato una risposta civile a un modello politico considerato distante dai principi democratici europei, ma ha anche dimostrato come una coalizione ampia e pluralista possa contrastare efficacemente derive autoritarie. In questo senso, la vicenda ungherese assume un valore paradigmatico per tutta l’Europa e contribuisce a ridefinire gli equilibri politici interni al continente, superando il giogo del veto di Orban sulle più spinose questioni di politica estera, in primis gli aiuti all’Ucraina.
L’ora delle scelte per l’Italia e le potenzialitàdell’associazionismo europeista
Per l’Italia, questi eventi rappresentano al tempo stesso un monito e un’opportunità. Da un lato evidenziano i rischi per l’avvenire di un’eccessiva vicinanza a modelli politici incompatibili con il progetto europeo, dall’altro, aprono lo spazio per una rinnovata leadership più coerente con i valori fondativi dell’Unione. In questo scenario, anche il ruolo dell’associazionismo europeista diventa centrale: è proprio dalla società civile che può emergere quella spinta necessaria a rafforzare l’identità europea, promuovere la partecipazione democratica e sostenere un’Europa più unita e protagonista sulla scena globale.
Attraverso iniziative culturali, campagne di informazione e momenti di confronto pubblico, queste realtà possono contribuire a colmare il divario tra istituzioni europee e cittadini. Queste attività possono chiarificare ai cittadini cosa è davvero in gioco tramite le scelte di politica estera e di sicurezza, nonché illustrarecosa significa essere europei in termini di valori, spiegando quanto la cessione di una parte di sovranità all’UE sia l’unico mezzo affinché l’Italia possa avere un ruolo centrale in un contesto globale caratterizzato da un mutamento repentino e poco prevedibile di posizioni politiche e alleanze strategiche. L’appello rivolto a tutte queste realtà è quindi di collaborare sempre di più, dando vita ad una grande “federazione” di associazioni europeiste. Tali occasioni si stanno moltiplicando a partire da Casa Europa – il congresso degli europeisti promosso da L’Europeista stesso – nonché attraverso nuove modalità di collaborazione, anche di carattere universitario, che vedranno presto l’alba.
L’associazionismo può esercitare una pressione costruttiva sulla politica nazionale e continentale, chiedendo con forza ai partitiposizioni coerenti e chiaramente europeiste, capaci di rafforzare l’unità dell’Unione anziché inseguire modelli illiberali o ambiguità diplomatiche. In un’epoca in cui la tentazione di seguire linee esterne o adattarsi a equilibri di breve periodo, seppur si sia affievolita rispetto a qualche tempo fa, risulta ancora forte, queste associazioni rappresentano un presidio democratico, e uno stimolo alla partecipazione attiva e informata, guidando il Paese verso l’unica scialuppa di salvataggio dall’irrilevanza: l’Europa.
