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Essere irrilevante o contare davvero

Gianluca Tornini
Gianluca Tornini
Redazione EPI
📅 6 April 2026 ⏱ 2 min di lettura ✍ Gianluca Tornini

L’attacco militare condotto da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran sta ridefinendo equilibri mediorientali già profondamente instabili, in un contesto storico in cui le iniziative unilaterali sembrano prevalere sui principi dell’ordine liberale e sulle norme del diritto internazionale.

Per noi occidentali è difficile provare cordoglio per la morte di Ali Khamenei, leader di un regime che da decenni opprime le donne, reprime violentemente il dissenso e che, solo nell’ultima ondata di proteste, ha causato migliaia di vittime. Allo stesso tempo, per noi europei è altrettanto complesso sostenere che l’uso della forza contro uno Stato sovrano possa favorire una transizione ordinata e pacifica verso la democrazia, senza conseguenze imprevedibili.

Si può, dunque, guardare con speranza a un Iran senza Khamenei e, al contempo, indignarsi per la morte di 160 studentesse colpite da un raid israeliano. Così come i cittadini iraniani possono aspirare a un futuro democratico e, nello stesso momento, vivere nel terrore quotidiano dei bombardamenti.

Proprio perché crediamo nei valori democratici e nei principi occidentali, ciò che l’Europa dovrebbe rivendicare con forza è una posizione chiara, autonoma e unitaria sulla crisi mediorientale. Il sostegno militare e politico ai Paesi del Golfo Persico — necessario per proteggere partner strategici dagli attacchi iraniani — non può tradursi in un’accettazione acritica di operazioni militari unilaterali che rischiano di aggravare ulteriormente il conflitto.

Negli ultimi mesi, tuttavia, l’Unione europea ha mostrato tutte le sue divisioni e fragilità. Di fronte alle tensioni tra Washington e Madrid, seguite alle minacce rivolte al governo di Pedro Sánchez, non si è registrata una risposta realmente compatta da parte dei partner europei. Allo stesso modo, il dibattito sulla sicurezza del continente resta condizionato da dinamiche politiche interne: emblematiche sono le resistenze — tra cui quelle del governo italiano — ad affrontare apertamente il tema di una possibile protezione nucleare proposta dal presidente francese Emmanuel Macron, anche per evitare attriti con gli Stati Uniti.

Permane una certa subalternità nei confronti di Washington, che impedisce all’Europa di prendere una posizione più autonoma rispetto al proprio principale alleato, mettendo però a rischio la solidità delle relazioni transatlantiche costruite negli ultimi decenni.

Il susseguirsi di escalation e operazioni militari impone una riflessione più ampia: in un contesto in cui cambiano le modalità del conflitto, quale “bussola strategica” deve adottare l’Europa per non rimanere ai margini? Il tempo delle ambiguità è finito. È il momento di scegliere.