L’attacco militare delle forze statunitensi e israeliane alla Repubblica islamica dell’Iran sta sconvolgendo gli equilibri mediorientali già instabili, in un momento storico in cui le azioni militari unilaterali sembrano prevalere sui principi dell’ordine liberale e sulle regole del diritto internazionale.
È difficile per noi occidentali essere tristi per la morte di Ali Khamenei: un leader sanguinario di un regime che da mezzo secolo opprime le donne, reprime con la violenza il dissenso e che solo nell’ultima ondata di proteste ha ucciso circa 4.000 persone. Allo stesso tempo, è difficile sostenere che l’uso della forza contro un Paese sovrano possa portare a una transizione pacifica verso un regime democratico senza conseguenze.
Si può quindi essere speranzosi per un Iran senza Khamenei, ma anche indignati per l’uccisione di 160 studentesse colpite da un raid israeliano. I cittadini iraniani possono aspirare a un futuro democratico, ma allo stesso tempo vivere nel terrore delle bombe.
Ciò che noi europei dovremmo chiedere con forza è che l’Unione europea prenda una posizione chiara e unita sulla crisi in Medio Oriente. Il sostegno militare e politico ai Paesi del Golfo Persico, necessario per tutelare partner strategici, non significa accettare senza riserve iniziative militari unilaterali che rischiano di aggravare ulteriormente la crisi.
Negli ultimi mesi, tuttavia, l’Unione europea ha mostrato divisioni e fragilità. Di fronte alle tensioni tra Washington e Madrid, non si è vista una posizione realmente compatta. Allo stesso modo, il dibattito sulla sicurezza del continente resta condizionato da timori politici interni.
Esiste una certa subalternità a Washington che impedisce di prendere le distanze da un alleato fondamentale, ma che allo stesso tempo mette in discussione la solidità delle relazioni transatlantiche.
Il susseguirsi di eventi e offensive porta a una riflessione inevitabile: quale bussola strategica dovrebbe seguire l’Europa per non restare isolata? È arrivato il momento di scegliere.
